
Nel Terzo Settore la parità di genere non può essere soltanto un valore dichiarato. Deve diventare un criterio di organizzazione.
Le cooperative sociali lavorano ogni giorno per inclusione, dignità, autonomia e pari opportunità. Proprio per questo dovrebbero essere tra i luoghi di lavoro più avanzati nel trasformare questi principi in pratiche concrete.
Eppure un settore con una forte presenza femminile non è automaticamente un settore paritario.
La vera domanda è: quante donne partecipano realmente ai processi decisionali? Quante accedono ai ruoli di responsabilità? Come vengono gestiti percorsi di carriera, retribuzioni, conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, maternità e genitorialità? Quanto sono trasparenti i criteri con cui vengono assegnate opportunità e responsabilità?
La parità di genere non consiste nel “favorire qualcuno”. Significa costruire organizzazioni nelle quali il genere non rappresenti né un vantaggio né un ostacolo.
Per una cooperativa sociale questo significa intervenire su cultura organizzativa, sistemi di valutazione, formazione, leadership, welfare aziendale e organizzazione del lavoro.
E significa anche comprendere che la parità non è soltanto una questione etica.
È una questione di qualità organizzativa.
Un’organizzazione capace di valorizzare competenze diverse prende decisioni migliori, trattiene maggiormente le persone, aumenta il senso di appartenenza e diventa più credibile anche verso utenti, famiglie, enti pubblici e comunità.
Se il Terzo Settore vuole continuare ad essere motore di innovazione sociale, deve avere il coraggio di applicare al proprio interno gli stessi principi di equità che promuove ogni giorno all’esterno.
La parità di genere non è un progetto da aggiungere alle nostre attività.
È un modo di governare le organizzazioni.